Concorso di cause/ Don’t worry 1°

stivaletti à la Gorgone

Il resoconto che segue è destinato a tutte le persone che mi chiedono:  “Ma il concorso Mibct per 500 ruoli funzionari? Perché non se ne è saputo più niente?”

Per rispondere a queste domande, bisogna fare qualche passo indietro. Ma, nel farli, procediamo in ordine cronologico diretto, dal passato prossimo al presente, cominciando dal Bando del Concorso e dal suo contenuto (http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Comunicati/visualizza_asset.html_1575721874.html)

Il 19 maggio del 2016, il Ministero per i beni ambientali e culturali (nonché del turismo), bandisce una serie di concorsi pubblici, ciascuno dei quali destinato a un singolo profilo professionale nell’ambito delle competenze del Ministero. Per quanto mi riguarda, il bando in questione  era destinato a FUNZIONARI ARCHEOLOGI, e già qui partiamo male, quanto a proprietà della lingua italiana, e a declinazione dei generi grammaticali: sarebbe bastato dire “funzione archeologia”, salvando il criterio del risparmio, senza maltrattare la proprietà di linguaggio (matita blu).

Comunque sia, trattavasi di “concorso pubblico, per titoli ed esami, per il reclutamento di n. 90 (novanta) unità di personale di ruolo, da inquadrare nella III area del personale non dirigenziale, posizione economica F l, del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (di seguito “Ministero”), ai sensi dell’art. l, comma 328 e seguenti, della legge 28 dicembre 2015, n.208, secondo la seguente ripartizione su base regionale dei posti” (segue tabella regionale).

 

Passiamo subito ai

requisiti per l’ammissione

senza i quali è impossibile partecipare:

I- laurea specialistica, o laurea magistrale, o diplomi di laurea rilasciati ai sensi della legge n. 341 del 1990, in archeologia o titoli equipollenti;

II – diploma di specializzazione, o dottorato di ricerca, o master universitario di secondo livello di durata biennale, in materie attinenti il patrimonio culturale, o titoli equipollenti;

in alternativa:

I – laurea specialistica, o laurea magistrale, o diplomi di laurea rilasciati ai sensi della legge n. 341 del 1990, in materie attinenti il patrimonio culturale;

II – diploma di specializzazione, o dottorato di ricerca, o master  universitario di secondo livello di durata biennale in archeologia o equivalente;

il che significa che bisognava avere:

1)  una Laurea in discipline archeologiche o equivalente, oppure in materie attinenti il patrimonio culturale  (e lasciamo stare, in questa sede,  i diversi ordinamenti che si sono susseguiti nell’università italiana nella configurazione dei corsi di laurea in alcunché, perché purtroppo ormai il danno è fatto);

2) un diploma di Scuola di Specializzazione oppure un diploma di Dottorato, insomma un titolo post Laurea che presuppone un accesso per concorso alla possibilità di conseguirlo, in tre anni (oggi due anni per la Scuola), e con esame finale (Scuola di Specializzazione o Dottorato); ma anche, attenzione, per il Bando, come requisito vale, allo stesso modo, un master universitario, di secondo livello e di durata biennale etc. etc.: titolo onorevole, ma alla possibilità di ottenere il quale non si accede per concorso, come nel caso dei primi due, bensì per iscrizione e pagamento di una o più somme di denaro. E questa è già una prima discriminazione, sul piano dell’equiparazione come requisiti di titoli tra loro difformi.

Ma procediamo, e passiamo al

punteggio attribuito in base al vostro curriculum

anche questa una fase di valutazione preliminare rispetto alle prove di concorso:

Così recita l’Art. 9

Valutazione dei titoli

Il punteggio attribuito ai titoli valutabili, ai fini della stesura della graduatoria finale di merito, non potrà superare il valore massimo complessivo di punti 80 ripartiti tra titoli di servizio (max 30 punti), titoli di studio (max 45 punti), altri titoli (max 5 punti).

La valutazione dei titoli, che devono essere posseduti alla data di scadenza dei termini per la presentazione della domanda di partecipazione al presente bando, è effettuata dopo le prove scritte e prima della correzione degli elaborati, dalla Commissione esaminatrice, che verificherà i titoli che i candidati avranno indicato on-line, esaminando la documentazione fatta pervenire secondo le indicazioni di cui all’art.7, secondo i criteri di seguito indicati:

e per ora fermiamoci ai titoli di studio, per i quali i criteri enunciati sono i seguenti:

  1. a) titoli di studio – fino ad un massimo di 45 (quarantacinque) punti:

– fino a n. 10 (dieci) punti per ogni punto di voto di laurea superiore a 100 su 110 o equivalente;

– fino a n. 20 (venti) punti per il dottorato di ricerca, con riguardo all’attinenza al profilo professionale per il quale si concorre;

– fino a n. 15 (quindici) punti per il diploma di specializzazione, con riguardo all’attinenza al profilo professionale per il quale si concorre;

– fino a n. 10 (dieci) punti per il master universitario di secondo livello di durata biennale, con riguardo all’attinenza al profilo professionale per il quale si concorre;

– fino a n. 8 (otto) punti, per l’eventuale seconda laurea (LS, LM, DL esclusa quindi quella triennale) o per master universitario di secondo livello;

Ciò significa che: se avete preso un bel 101 in sede di Laurea, avrete 10 punti, e se avete preso un bel 110 e lode, invece, avrete 10 punti. C’è qualcosa che non vi torna? Non fa niente, si sa che il voto di Laurea non conta o, meglio, si sapeva allorquando i 110 non si distribuivano “by the sackful” (mi adeguo a un  requisito che vedrete in seguito, e lo scrivo in inglese).                                            Sembra così, vero? Se leggiamo quella sequenza: “fino a 10 punti …; fino 15 punti… ; fino a 20 punti…; rispettivamente per Laurea, Specializzazione, Dottorato. E invece no, contrordine colleghe e colleghi. E perciò apriamo una parentesi critica, suggeritami da una gentile lettrice, la quale osserva che no, per i punti attribuiti al voto di Laurea, l’espressione “fino a 10 punti per i voti da 101 a 110” significa “un punto in più per ogni voto da 101 a 110”. Ma certo! È vero! Come ho fatto a non capirlo! Già, come ho fatto a non capirlo? Forse perché non si capisce, se mettiamo a confronto questa formula con le due successive, che si riferiscono a Specializzazione e Dottorato. Le formule sono identiche, tranne che per il numero di punti, non più 10, ma rispettivamente 15 e 20. Ma sempre “fino a”. Se non ché, il voto  Specializzazione e quello di Dottorato non vanno dichiarati ai concorsi, perché non fanno differenza, al contrario che, in alcuni casi, come questo, il voto di Laurea. E allora, se i punti attribuiti a Specializzazione e Dottorato non potranno che essere sempre gli stessi 15 e 20 rispettivamente, che senso ha la formula “fino a”? Forse quella di fuorviare chi legge con l’espediente del copia e incolla? Espediente succedaneo digitale della ripetizione dell’amanuense. Qui l’interpretazione è libera. E la lascio a filologhe e filologi testuali.             Ma procediamo.

E passiamo al secondo e al terzo titolo: se avete conseguito un Dottorato di ricerca (attinente etc.) avrete 20 punti; però, se avete conseguito un diploma di Specializzazione (attinente etc.), insomma se avete fatto la Scuola di Specializzazione in Archeologia, avrete 15 punti.

E perché? Ad entrambi i corsi post Laurea si entra per concorso, perché, quindi, questa disparità di trattamento? Che a me farebbe comodo, tra parentesi, perché ho conseguito il Dottorato, mentre per una serie di congiunzioni astrali avverse, mi son trovata a dissociarmi dal mio diploma di Specializzazione a due settimane dalla discussione della tesi  (pubblicata qualche anno dopo, con gli opportuni aggiustamenti, potete leggerla on line).  Se disparità dovesse esserci, tra i due titoli, il punteggio superiore spetterebbe al diploma di Specializzazione. Benché in questi ultimissimi tempi la sua durata si sia ridotta a due anni, invece dei tre che abbiamo fatto quasi tutte/i noi. E sapete perché la Specializzazione dovrebbe contare più del Dottorato? Ma perché alle Scuole di Specializzazione in Archeologia (con le varie sedi e i vari indirizzi) si attribuiva appunto il compito di formare le studiose e gli studiosi che, dopo la Laurea in discipline archeologiche, avessero voluto accedere alle Soprintendenze, allora organi della Direzione Generale Antichità e Belle Arti del Ministero della Pubblica Istruzione (http://www.pabaac.beniculturali.it/opencms/opencms/BASAE/sito-BASAE/contenuti/aree/Notizie/Belle-arti/visualizza_asset.html?id=4055&pagename=8793) e in seguito, dal 1975, organi periferici del nuovo Ministero dei Beni Culturali http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/MenuPrincipale/Ministero/index.html. Dunque, il titolo pensato per chi avrebbe svolto il ruolo di tutela del patrimonio archeologico è proprio il diploma di Specializzazione. E non il Dottorato, che dalla sua origine in poi è pensato come prima tappa della ricerca universitaria.

Sul master bennale, si è già detto: per decenza non viene equiparato come punteggio a nessuno dei due titoli precedenti, ma la sua presenza, per i motivi già esposti, è comunque indebita quale requisito per l’ammissione a parità dei primi due. Il master universitario di secondo livello non biennale va invece con la seconda laurea, come punteggio, e lì possiamo lasciarlo.

in progress… coming soon

2 risposte a "Concorso di cause/ Don’t worry 1°"

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