DA MATIDIA, DONNE E MEDIA

L’altro giorno sono stata invitata un convegno dedicato all’immagine delle donne, delle bambine e delle ragazze in televisione. È stato di grande interesse, per la qualità degli interventi: vi ho ascoltato analisi dotte, e proposte condivisibili, e propositi encomiabili. Ma proprio per ciò, non è di quelle  analisi, proposte e propositi che vorrei parlarvi: perché le troverete tutte registrate in audio-video, prima o poi, insieme alle domande e ai commenti dal pubblico presente.

Vorrei invece concentrarmi su due o tre concetti che mi hanno lasciata alquanto perplessa.

1) Tragedia e commedia.

Il primo è stato espresso dal rappresentante di marketing di un’azienda televisiva privata, ed è il seguente, con sostantivi, aggettivi e verbi testuali sottolineati: poiché la neo-televisione ha espunto la tragedia, ciò che essa rappresenta è quel che resta, ovvero la commedia, e poiché la commedia è basata sugli stereotipi, la neo-televisione non può che basarsi sugli stereotipi.

Logico, no? Sarebbe logico, se non dovessimo chiederci: “Ma allora, la televisione del dolore? E nella vostra televisione privata, prima di tutto? E i cd. salotti televisivi, con la messa in scena delle tragedie familiari, o paesane, o di quartiere? E gli annessi servizi esterni con interviste strazianti? Con intervistate/i che si disperano, o che inveiscono? E le conduttrici o i conduttori che vivono delle tragedie, e dei dolori, e delle lacrime, e della sofferenza, della disperazione e del lutto altrui? E dell’esternazione scenica di tutto ciò? Commedia anche quelle? Basta che ce lo diciate, e ne terremo conto”.

1a) Cronologia dello stereotipo nella commedia.

La commedia è basata sugli stereotipi. Dice l’asserzione al punto 1). Dunque, anche sugli stereotipi di genere[1]. E quali sono questi stereotipi di genere nella commedia? Ma sono quelli dell’avanspettacolo! Dell’avanspettacolo? Un momento. Non siamo nel 2017? E “avanspettacolo” è una categoria universale? Che prescinde dalle coordinate spazio temporali? Ovvero: una qualsiasi televisione in Italia nel 2017 può pescare tra gli stereotipi dell’avanspettacolo? Quello degli anni quaranta e cinquanta del XX secolo in teatro? E degli anni sessanta in televisione? Sicuro? Sicuro sicuro? Non è che questi stereotipi saranno un poco arretrati rispetto alla realtà? Come già lo erano all’epoca in cui erano usati (anni quaranta, cinquanta e sessanta) rispetto a tanta parte della realtà contemporanea e a persino alle rappresentazioni dei decenni precedenti? Ma già che ci siamo, perché non peschiamo tra gli stereotipi di Menandro (Atene, IV secolo a.C.), dato che li consideriamo universali e immutabili? Ah no, eh? Ma come no, basta riverniciarli con un tocco di estetica contemporanea! Mettendo in scena tipi iconografici contemporanei, come già fate!

1b) Lo stereotipo “ironico”

Lo stereotipo di genere più esemplare della televisione di intrattenimento è la valletta. Ma, mi dicono, la valletta ha percorso una strada evolutiva e, mi assicurano, ciò è accaduto dagli anni novanta ad oggi. E la valletta stereotipica è talmente evoluta che, quando viene riesumata, in un determinato programma d’intrattenimento, o nell’altro, la riesumazione altro non è che citazione ironica. Insomma: stiamo scherzando, non avete capito, ci state fraintendendo. La bella presenza muta, che profferisce soltanto frasi di presentazione di ospiti e di pubblicità, non è altro che una fine ironia! Come non capirlo subito, che “io mica so’ Pasquale!”, tanto per restare nell’avanspettacolo anni cinquanta del XX secolo.

2) La fiction come spazio bonificato dallo stereotipo di genere

Nello stesso discorso sul trattamento dello stereotipo di genere  entra, però, un secondo concetto, che è quello della natura della fiction, e che chiamerò, per darmi un tono à la page, “fiction theory”.

Secondo questa teoria, enunciata nel convegno di cui vi parlo, l’ambito della “fiction” costituirebbe lo spazio possibile per la rinuncia allo stereotipo di genere risalente alla commedia/avanspettacolo, e invece adatto alla messa in scena di “modelli” femminili più attuali. Anzi, tanto attuali da risultare, talvolta, troppo evoluti rispetto alla sensibilità del pubblico che dicesi essere stato sondato in proposito.

Ora, prescindiamo per un momento dall’osservazione già fatta (da una donna) in chiusura del convegno medesimo, osservazione che riassumerò così: se il modello della donna autonoma viene accompagnato da caratteristiche di personalità (è priva di empatia, è egoista, etc.) e da vicende connesse (sue disfatte esistenziali) che ci dicono come questo modello sia inadeguato a una donna, il messaggio e la rappresentazione ritornano ad essere stereotipici.

Dicevo, prescindiamo un momento da questa sensata osservazione e chiediamoci: qual è la caratteristica della “fiction” italiana che più vi colpisce in superficie rispetto, per esempio, a quella statunitense?

2a) Il sopore e le fasce di età, ovvero “il target”

Per quanto mi riguarda, la caratteristica in questione è la soporificità. Non saprei a che cosa addebitarla, forse a una combinazione tra sceneggiatura e riprese? Non sono una tecnica né una teorica del cimena, non saprei dirvi da quali fattori dipendano i tempi soporiferi della “fiction” italiana. Vi garantisco però che amo il cinema di Anghelopoulos e che, pertanto, non ho alcuna difficoltà a seguire con interesse e partecipazione un film in “tempo reale”. Sarà forse che quei tempi sono adatti a certo cinema, e intollerabili in una “fiction” televisiva? Non so, ma il risultato è che cambio canale.

E quando cambio canale, che cosa guardo? Se l’alternativa è telefilmica, allora mi fermo su un telefilm made in USA di livello buono/molto buono. Perché ce ne sono di tutti i livelli. Ma la caratteristica comune sono i tempi. Quasi invariabilmente diversi da quelli della “fiction” italiana. E tempi televisivi, uniti a contenuti accettabili, danno come risultato che riesco a vederli, spesso, a ora di cena.

Ora, conoscendo le facoltà di quelle classi di età che hanno di molte, ma di molte, primavere meno di me, posso dirvi che in quelle fasce di età i telefilm, ovvero la “fiction”, fatta in USA dispone ancora di un pubblico, mentre non ne dispone la “fiction” soporifera fatta in Italia.

E dunque: qual è il “target”, ovvero la fascia di fruizione, che hanno in mente i committenti della “fiction” soporifera? Ma quella delle persone di età avanzata, molto avanzata, e quanto avanzata? Quanto non so, ma di certo è tale che essa aumenta la possibilità che i modelli femminili proposti vengano considerati “troppo evoluti”.

2b) Il “target” e l’inflizione dello stereotipo di genere

Dati i presupposti anzidetti, ne consegue altresì che la televisione a tempi veloci, fruibile dal target “giovani”, rimane quella dell’intrattenimento: intrattenimento pieno zeppo di stereotipi, come già asserito e riconosciuto (punto 1 e 1a). Stereotipi di genere, riverniciati e riverstiti da un’iconografia “attuale”, ma sempre stereotipi vetusti. Inutile vi faccia gli esempi, tanto li avete presenti.

E il cerchio si chiude.

2c) La televisone imita la realtà? O la realtà imita la televisione?

Sempre a proposito della “fiction” e del suo costituire campo di rappresentazione di modelli femminili evoluti, cioè non vetustamente stereotipici, viene osservato (al punto 2) che tali modelli non possono precorrere i tempi di maturazione della sensibilità del pubblico, perché il rischio è che il pubblico ne abbandoni la visione. Ciò varrebbe tanto più per l’intrattemimento, dove la rinuncia allo stereotipo (1a e 1b; 2b) sarebbe tanto più causa di abbandono da parte del pubblico.

Ora, anche in questa versione “colta”, il ricorso all’espediente  retorico del “ce lo chiede il pubblico” ero convinta fosse ormai desueto,  e invece no, ritorna. Ritorna imperturbabile nonostante che da diversi decenni si sia affermata la consapevolezza che la sensibilità del pubblico la creano i media,  che il pubblico vuole ciò che i media gli propongono, che non è la massa a creare la programmazione televisiva, ma che sono i media, e prima di tutto, tuttora, le televisioni, ad operare la programmazione culturale di massa.

A questo punto poi, abbiamo il doppio programmato: al pubblico anziano non si possono dare modelli femminili di “fiction” che sarebbero troppo evoluti; ma al pubblico giovane si devono dare stereotipi di genere, perché intrinseci all’intrattenimento come genere televisivo fruito dal pubblico giovane.

Questa mi pare la quadratura del cerchio. Che altro?

Ah sì, proposte e buoni propositi: che il codice deontologico televisivo, applicato dalla televisione pubblica italiana, e contenente i principi di garanzia relativi alla parità di genere, insomma, alla cessazione del trattamento misogino riservato alle donne, venga esteso anche alle televisioni private.

Sarebbe un buon inizio, ma poi, bisognerebbe passare ai contenuti positivi. In terza serata, quando si parla di informazione e di attualità, io continuo a vedere per lo più consessi e simposi di uomini, che dibattono, assai contegnosi, le notizie del giorno.

[1] stereotipo di genere (femminile)  = rappresentazione obbligata delle donne in quanto conforme a caratteristiche che spetterebbero loro.

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