Le donne e il potere

 

Demetra Persefone Trittolemo MNA

 Qualche tempo fa, in una discussione tra donne, ho ascoltato una vecchia e sapiente femminista dire che “le ragazze oggi non ne vogliono sapere del materno, della maternità”, insomma di tutte le etichette “materne” che per tanto e e tanto lungo tempo hanno contrassegnato le donne. E allora ho pensato: ”Ma ha ragione! Anch’io, che non sono più una ragazza, ma che lo ero trenta o quarant’anni fa, mi infastidisco con questo materno” e poi mi sono detta “Però, so pure un’altra cosa”. E adesso ve la dico.

  Fino a poco tempo fa, il “materno” era il destino inflitto alle donne. Il ruolo materno era la destinazione sociale e culturale che alle donne era prescritta. Era un ruolo imposto. Ma, soprattutto, questo destino poteva essere inflitto, e questa destinazione poteva essere prescritta, e questo ruolo poteva essere imposto alle donne, perché qualcun altro deteneva il potere di infliggere un destino alle donne, di prescrivere una destinazione alle donne, di imporre un ruolo alle donne. E questo qualcuno erano gli uomini. Tutti gli uomini, dal primo all’ultimo, dal più ricco al più povero, dal più potente al più misero, che tutti quanti, nemici o avversari o concorrenti tra loro, sfruttatori o sfruttati, dominatori o dominati, erano uniti e responsabili “in solido” nel disporre, sia pure in diverse misure, dell’assoggettamento delle donne. Perciò, bene o male che ci si trovassero, le donne avevano poco da scegliere: il ruolo materno coincideva con il loro assoggettamento; quel ruolo si esplicava nell’ambito di una posizione subordinata agli uomini. Quel potere materno era indistricabilmente soggetto al dominio patriarcale. Grande e mirabile che fosse, o minimo e asfittico, sempre sotto il potere degli uomini quel ruolo stava, ed essi serviva. Il potere materno delle donne, cioè, era inscritto nel sistema di potere patriarcale e ad esso subordinato e funzionale.

Nessuna meraviglia, perciò, che ancora quando ero piccola le donne rifiutassero, insieme, sia il dominio patriarcale, che quel ruolo che da esso veniva loro prescritto. Perché il ruolo materno assegnato alle donne coincideva pure con la soggezione delle donne agli uomini.

Però, com’è, come non è, le cose erano già cambiate, e grazie alle donne le cose ancor più sarebbero cambiate negli anni a venire. Finché non si verificò una situazione mai vista prima d’allora: in un tempo relativamente breve, brevissimo rispetto ai tempi della storia umana, la condizione delle donne era cambiata. Era cambiata dal punto di vista giuridico, in tanti luoghi del mondo. Ed era cambiata fino al punto che le donne, in tanti luoghi del mondo, erano uscite dalla minorità giuridica, erano uscite dallo stato di soggezione nel diritto. Forse, e senza forse, uscite non tutte lo erano ancora,  anche nei luoghi più evoluti, né quelle che uscite lo erano, lo erano del tutto, anche dal punto di vista socio economico, e socio culturale; e cioè non lo erano ancora su quei piani che generano le novità nel diritto ma che, al tempo stesso, devono avere una compiuta autonomia per poter mettere in moto efficacemente gli strumenti conquistati sul piano del diritto.

Però, dicevo, le cose erano cambiate, e se una donna voleva, poteva vivere da sola con il suo lavoro, e poteva procreare e crescere una prole da sola. Certo, era ancora difficile, ed è ancora difficile. Ma nessun glielo impediva, e nessuno glielo impedisce, e non per questo subisce discriminazioni di qualsiasi tipo, almeno sul piano del diritto. E pure se una donna oggi vuole procreare  in coppia con un uomo, può farlo senza dover subire menomazioni del suo diritto. Se non quelle menomazioni, un’altra volta, che agiscono sul piano extra giuridico: e cioè sul piano della minorità economica o del prestigio socio cuturale, o delle usanze.

Ma allora, perché proprio adesso le donne non si sono accorte di poter finalmente disporre, in piena libertà e autonomia, di quel potere che gli uomini hanno sempre ingabbiato, costringendolo nell’angustia del ruolo subordinato cui le donne erano obbligate? Proprio adesso, che sono libere di essere madri, e non vi sono obbligate dal patriarcato, proprio adesso, sembra che le donne non vogliano uscire dalla gabbia. E che non si rendano conto che, insieme alla parità giuridica, il potere di generare conferisce loro una somma di poteri che le donne non hanno mai avuto, e che gli uomini non potranno mai avere.

Sembrano inconsapevoli di poter esercitare liberamente quel potere che gli uomini hanno sempre invidiato alle donne, quel potere che, proprio per la sua potenza, sono riusciti a ingabbiare, a rendere subordinato al proprio dominio.

Ma gli uomini non sono scemi, come non lo è chi si senta di essere minacciato nelle basi del proprio potere. E sanno benissimo, anche quelli che non lo sanno, o che non si curano di saperlo, che la libertà giuridica delle donne, insieme al potere generativo delle donne, sono la prima e più fondamentale minaccia del loro dominio. E perciò, chissà che non sia utile, questa volta, blandire le antiche assoggettate, ora formalmente libere, dicendo loro che un potere esclusivo coincide con uno stereotipo, e che siamo tutt# ugual@ e tutt* divers* ma tuttx possiamo fare le stesse cose e interpretare gli stessi ruoli, non quelli culturali, ma quelli fisici, compreso il generare da sé, diventando, da una persona, due persone; e che, anzi, una persona xz può commissionare a una portatrice xz la generazione di un’altra persona, e volemose bene. E poi il padre ci vuole, e come si fa senza padre, anche se è un violento, anche se picchia la moglie, o la prole. È sempre il padre. E, soprattutto, volemose bene. Come avranno detto i padroni degli schiavi, agli schiavi in rivolta, nei plurimillenni della storia umana. Come avrano detto gli uomini alle donne, in chissà quale orizzonte cronologico del paleolitico.

Volemose bene, ma teniamoci stretto il nostro potere naturale, care donne. Perché mi pare che noi ne abbiamo paura. Ne abbiamo paura, perché non abbiamo capito che esercitare un potere che si detiene nei fatti, non è una prevaricazone, ma è un dovere. Se avete un potere di fatto, allora dovete esercitarlo. Perché non è un potere che vi è stato conferito dalla rapina, o dall’inganno, o dall’asservimento altrui. E’ un potere che la realtà fisica dei vostri corpi vi ha conferito. E che oggi, grazie alle donne che vi hanno precedute, nessuna legge della società umana vi vieta di esercitare in autonomia. E’ un potere che vi pone un gradino sopra dei vostri antichi dominatori. E che ci volete fare, non sentitevi in colpa, non sentitevi inadeguate, non fate finta di non averlo, in modo da poterli, ancora una volta, compiacere. Perché non renderete un buon servizio né a voi stesse, né all’umanità, né alla vostra prole eventuale, ma prima di tutto non a voi stesse.

Buon otto marzo.

Tanagrine 2

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