Ragazze, libri e fotografie.

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Ho finito di leggere “La ragazza con la Leica”, di Helena Janeczek, dedicato a Gerda Taro.

E’ una biografia romanzata, che sembra fatta con il metodo documentario del romanzo storico, quello teorizzato nell’ottocento, ve ne ricordate, no? Acquisire tutti gli elementi storici che servono a creare il contesto attendibile, e poi creare una vicenda verosimile.

In realtà, in questo caso, la vicenda stessa è una serie di fatti storicamente dati, e quello che c’è di ricostruito sono invece i pensieri e i sentimenti e i ricordi dei personaggi, oltre a qualche inevitabile e indispensabile messa in scena perché pensieri e sentimenti e ricordi possano trovare espressione.

Al primo capitolo la lettura si inceppava, procedeva a fatica, non mi convinceva il registro narrativo. Poi, la storia ha incominciato a scorrere e a rendersi avvincente: proprio come nei romanzi dell’ottocento, che non si può smettere di leggere, anche se questa storia non somiglia affatto a nessuno di essi.

Non è neppure una biografia, dato che le parti di cui si compone hanno come protagonisti tre diversi personaggi, due uomini e una donna, che ricostruiscono, ciascuno per la sua parte, le storie di cui sono stati attori e spettatori insieme a Gerda, e agli amici e alle amiche comuni. Perciò, ogni personaggio è in qualche relazione con tutti gli altri, e insieme costruiscono un sistema di specchi che riflette e ricompone l’immagine di Gerda.

Leggetelo, prima di tutto perché è una storia che andava raccontata; e poi perché è una storia raccontata bene. Non vi anticipo niente, così non vi rovino l’avventura e non perdo troppo tempo.

Solo una cosa, man mano che la storia si avvicinava alla fine, mi trovavo a fare i confronti cronologici: che cosa facevano mia madre e mio padre, come vivevano quegli anni? La domanda aveva un senso, perché anche se Gerda poteva essere la loro sorella maggiore, di otto e undici anni, anche quei due ben presto, pochissimi anni dopo la sua morte, si sarebbero trovati a vivere tempi di rischio, di ferro e di fuoco, e a viverli per caso insieme, essendosi incontrati in quei tempi.  E anche mia madre era una delle tante ragazze emancipate degli anni trenta-quaranta, che prima dell’addomesticamento casalingo del dopoguerra era stata capace, come tante altre, di fare cose strabilianti. Quello che abbiamo chiamato il back lash degli anni cinquanta, l’autrice lo mette in scena con il personaggio di Jenny, la figlia di Dina Gelbke. Ma adesso dovrei raccontarvi di tutti i personaggi che entrano e vivono in questa storia, dall’inizio alla fine, e non è possibile.

E insomma: andando avanti e indietro nel tempo, insieme all’autrice e ai suoi personaggi, anch’io andavo avanti e indietro nelle mie memorie familiari, del prima e del dopo la guerra, e mi chiedevo perché. La solita archeologa degli archivi di famiglia, mi dicevo, e invece, no: invece, alla fine del libro, nell’epilogo, anche l’autrice, chissà perché, anche lei, si fa prendere dalle memorie biografico familiari e, in tre o quattro righe, mi spiega il perché di quel continuo movimento di andirivieni parallelo della mia memoria storica. E di questo le sono grata, oltre che di averci raccontato la storia di Gerda e degli altri e delle altre. Leggetela, leggetela.