25 aprile 1945-2020

 

Qualche giorno fa, sono stata invitata in Gruppo FB dedicato alla celebrazione del 25 aprile 1945, ma soltanto da poco tempo mi rendo conto di quanto è interessante la maggior parte del materiale che le persone che ne fanno parte vi pubblicano: sono memorie familiari, brevi storie, talvolta accompagnate da fotografie, che raccontano quel che le mie contemporanee ed i miei contemporanei ricordano di aver appreso dalle nonne e dai nonni, oppure dalle madri e dai padri, che in quell’epoca hanno vissuto.

Che siano vive quelle memorie mi colpisce, in un’Italia che da vent’anni, o da un quarto di secolo, o forse poco più, sembra aver accantonato il 25 aprile come festa nazionale, e come una delle due date fondanti della Repubblica italiana: scomparsa la repubblica, e il Parlamento, dei partiti “dell’arco costituzionale”, di quei partiti cioè che avevano fatto la Costituzione della Repubblica italiana, è ormai scomparsa da tempo anche la memoria storica dei fatti che hanno creato quella Repubblica.

Quel che penso ogni volta, però, è che le persone che di quegli eventi sono stati, in misura maggiore o minore, protagonisti e testimoni, proprio quelle persone alla memoria storica di quegli eventi (tenetevi forte) davano un peso relativo.

Mi spiego, a scanso di equivoci: non voglio dire che non raccontassero i fatti passati,  oppure che molte e molti di loro non abbiano lasciato memoria scritta, oppure che non ci tenessero a che la memoria dei fatti non fosse mistificata, ancor prima che cancellata. Tutt’altro, potevano anche raccontare, e farlo più d’una volta, e con dovizia di particolari.  No, non è l’oblìo il senso del peso relativo che quelle donne e quegli uomini davano al loro passato, che per molte e molti di essi era la loro gioventù dei vent’anni.  Quei fatti pesavano, quegli eventi pesavano, e anzi, pesavano molto: potevano essere “i migliori anni della nostra vita che il fascismo e la guerra ci hanno rovinato”; e quel che di romanzesco se ne poteva raccontare non si era certo contenti di averlo vissuto; e quel che si era fatto di buono non era considerato un eroismo, tutt’altro, ma un’opzione imposta dalle circostanze a chi non avrebbe saputo comportarsi altrimenti: per educazione, o per convinzioni, o per sentimenti, tutte premesse che potevano ispirare anche un impulso estemporaneo, non sempre un impegno deliberato.

Ora, però, in tutte queste persone, la caratteristica comune era non tanto quel che avevano fatto, ma quel che avrebbero fatto: gli eventi, e il loro passaggio attraverso gli eventi che avevano portato al 25 aprile, insomma, erano solo una premessa, un prologo, ciò che aveva preparato e reso possibile quel che, da allora in poi, ciascuna e ciascuno di loro avrebbe fatto. Perché era quella la parte più importante di tutta la storia: quel che finalmente avrebbero potuto fare dopo.

Insomma, una o due generazioni proiettate verso un futuro da costruire, non rivolte nostalgicamente verso un passato, che ognuna e ognuno di loro non vedeva l’ora di lasciarsi alle spalle: per respirare in libertà, per cominciare a combattere per le cose in cui credevano, per ricostruire o costruire la propria vita.

È banale dire che, se giriamo lo sguardo torno torno all’orizzonte, quel che vediamo è il dileguarsi della memoria storica, anche quella dei decenni appena trascorsi, e insieme il dileguarsi del futuro immaginato.

Sì è tanto banale, ma è tanto così.

E quindi, che foto vi pubblico per questo 25 aprile? Queste

20200425_042145

Buono della Liberazione v.

Una foto di un documento storico incorniciato da me, ma che mio padre teneva in un portadocumenti sempre con sé: c’erano tessere contemporanee, compresa quella dell’autobus,  foto della moglie, del figlio e della figlia, un taccuino ormai d’antiquariato con i numeri di telefono degli amici degli anni quaranta e cinquanta, compresi quelli che se ne erano già andati prima di lui come il Salinari (sì quello della Storia della Letteratura italiana in tre volumi su cui anch’io avevo studiato, nei mirabili anni settanta) e altre cianfrusaglie storiche. Una di esse era questa qui: il Buono della Liberazione, di Lire Dieci, del Partito d’Azione, che sul verso è datato 5 ottobre 1943, data che significa Roma sotto l’occupazione tedesca. Estraendolo dal portadocumenti/archivio quella sera, del dicembre 2000, il titolare non poté risparmiarsi una delle sue comparazioni storiche rievocative, all’incirca osservando che: “Pensa che per un pezzo di carta come questo, i martiri di Belfiore finirono davanti al plotone d’esecuzione”. Il suo riferimento storico non poteva che essere un evento del Risorgimento italiano, perché, per chi l’aveva vissuta, l’epoca della Resistenza non era un mito fondante, era soltanto un pezzo della propria gioventù.  E importante era quel che sarebbe venuto dopo.

E insomma, molti anni dopo, quando finalmente mi decisi ad andare a via Tasso, dove sta il Museo della Liberazione a Roma, vidi gli altri esemplari di quei “Buoni”, esposti in vetrina, come un cimelio storico.

Buoni della Liberazione

Non ero mai stata prima a via Tasso, i miei genitori non mi ci avrebbero mai fatto mettere piede, perché lo giudicavano un luogo troppo lugubre per una bambina, che loro portavano per siti archeolgici “en plen air”, e forse avevano ragione. Però voi, che siete maggiorenni, andateci, prima o poi, finché ci sarà.

https://www.youtube.com/watch?v=4qcUN7Bxv2E

P.S. il 2 giugno vi parlo di mia madre.

Il pino di via Tigrè riflesso

 

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